La legittima difesa: tra licenza di uccidere e diritto alla vita

Qualche giorno fa, alla Camera, si è chiusa la discussione di uno dei pezzi forti del programma leghista: la legittima difesa. Tra gli applausi di Lega e Forza Italia, molto probabilmente nel giro di qualche settimana il decreto diventerà legge.

Nello specifico il provvedimento si compone di nove articoli con i quali si chiedono pene più severe per i reati che attentano alla sicurezza del libero cittadino. Le modifiche più severe riguardano gli articoli 52 e 55 del Codice Penale, rispettivamente sulla legittima difesa e l’eccesso colposo.

La nuova riforma, nelle intenzioni, mira a concedere un’integrale immunità a chi, trovandosi legittimamente all’interno del proprio domicilio, dovesse reagire con violenza per respingere l’intrusione di un malintenzionato. L’idea è quella di un auto-tutela, senza l’obbligo di accertamento giudiziario previsto dalla legge attuale. Senza una verifica che accerti l’eventuale eccesso di legittima difesa.

In poche parole allo stato attuale la Lega vorrebbe riformare i parametri attraverso i quali la giurisprudenza stabilisce se la difesa sia stata legittima, in particolare quello della proporzionalità tra difesa e offesa. La Lega opera sulle orme del “vim vi repellere licet”, di romana tradizione.

Lo scopo, quindi, è quello di introdurre una difesa “sempre legittima” ammettendo così un generico diritto all’autodifesa privata (punto che sarà sicuramente vagliato dalla Corte Costituzionale). 

Secondo i leghisti la legge precedente non era sufficiente a difendere i cittadini: era necessario modificarla per combattere l’aumento dei furti avvenuto negli ultimi anni e per sottolineare che ciascuno è padrone in casa propria. Per affermare questi “sacrosanti diritti” (per usare le stra-ripetute parole di Salvini) è necessario che il libero cittadino possa usare liberamente le armi. 

Al di là del ragionevole dubbio sull‘efficacia di un provvedimento del genere (alcuni magistrati interpellati sulla vicenda affermano che non cambierà niente), sorge spontanea una triste osservazione: con il libero possesso (e uso/abuso) delle armi lo Stato, il quale sulla carta dovrebbe essere l’unico e legittimo garante dell’incolumità del cittadino, rinuncerebbe ad un suo sacrosanto diritto. In poche parole ne uscirebbe fortemente indebolito, sia dal punto di vista giuridico che da quello della sua influenza.

Inoltre, ci sarebbe da fare i conti con i diritti umani. Le organizzazioni internazionali non vedranno di buon occhio il provvedimento salviniano, soprattutto perché, da un punto di vista ideale, verranno messi sullo stesso piano il diritto alla vita e quello di proprietà. Oppure dobbiamo dare per scontato che questi siano relativi? (ad esempio: il diritto alla proprietà di un cittadino incensurato è più alto del diritto alla vita di un cittadino che per una qualsivoglia ragione sta commettendo un reato?). 

E questo è il problema che si cela dietro al nuovo disegno di legge. Se la reazione difensiva va considerata sempre legittima e non punibile si arriva direttamente alla conseguenza che la difesa di un bene patrimoniale può giustificare la lesione di un bene personale come la vita o l’integrità fisica. Così facendo manderemo al macello centinaia di vite umane in barba a tutti gli “incartamenti” (costituzionali e internazionali come l’art. 2 della Costituzione e la CEDU) che stanno alla base dei valori della società in cui viviamo.

In questo caso, invece di una legittima difesa, credo occorra un “legittimo e rapido intervento” dello Stato. Una riforma integrale del sistema giudiziario, il quale deve essere messo in condizione di decidere e distinguere “l’aggressore dall’aggredito”. Inoltre, non sarebbe una cattiva idea rispolverare il “carabiniere di quartiere”, sostituito, per motivi di budget, dai meno itineranti dipartimenti per la prevenzione sul territorio.

In poche parole, non sarebbe saggio concedere una licenza di uccidere, poiché alimenterebbe la sfiducia nei confronti dello Stato, unico garante dell’integrità del cittadino, e favorirebbe una giustizia fai da te non senza conseguenze.

Comunque, non ho obiezioni a rendere legale l’uso delle armi in particolari casi quali la minaccia all’incolumità delle persone, ma non è aggiungendo un “sempre” alla legge in questione che l’Italia potrà risolvere la carenza di sicurezza nelle strade, anzi. Un provvedimento del genere, senza un’adeguata discussione, potrebbe diventare un problema se malamente recepito dalla società civile che, in barba a qualsiasi diritto costituzionalmente stabilito (come la vita, già citato) preferirà farsi giustizia da sola invece di interpellare lo Stato.

Quest’ultimo passaggio decreterà il fallimento dello Stato, inteso come garante dei diritti di ognuno.

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