I rifiuti “innocui” di ENI: nuovo processo in Basilicata

Finisce di nuovo sotto accusa l’ENI, accusata di aver smaltito illecitamente i rifiuti prodotti dall’estrazione del greggio, manomettendo i dati e facendoli passare per “innocui”.

Non solo tangenti, dunque, anche manomissioni di dati. Questo risulta da una serie di inchieste condotte dalla magistratura lucana contro l’ente nazionale idrocarburi. Dopo il caso OPL245, la maxi tangente pagata per l’acquisizione di una ricca concessione in Nigeria, nel listino prezzi finisce anche il silenzio di coloro che avrebbero dovuto vigilare sui dati.

In Basilicata, l’ENI gode di una considerevole quota di mercato che le consente, da tanti anni, di estrarre più di 90mila barili di greggio al giorno. Ora, con le spalle al muro, la compagnia dovrà affrontare tutto l’iter giudiziario presso il Tribunale di Potenza, nella speranza che venga fatta giustizia.

Furbescamente, l’assemblea degli azionisti nell’ultima riunione, risalente al Maggio 2018, cercò di omettere il procedimento in corso nella regione del Sud Italia, ma fortunatamente l’obiezione di coscienza di alcuni azionisti critici provenienti da Potenza e Viggiano (la località in Val d’Agri più prossima al Centro Oli) permise agli smemorati amministratori di “ricordare” ciò che stava succedendo da quelle parti.

Il guado politico presente in Basilicata rende bene l’idea di ciò che è accaduto. Tangenti, contentini di centinaia di milioni di euro per mettere a tacere i miscredenti, rappresentano i mezzi comunemente circolanti all’interno della regione. Con buona pace dei giovani lucani che, traditi dalla politica, sono costretti ad emigrare all’estero o in altre parti d’Italia. Sotto accusa, infatti, son finiti non solo i responsabili dell’ENI in Basilicata ma anche gli esponenti di spicco dell’Agenzia Regionale Per la Protezione dell’Ambiente (ARPAB) e, appunto, alcuni eminenti esponenti politici della zona, accusati di aver coperto le azioni della prima multinazionale italiana.

L’accusa, facilmente intuibile, è quella di aver smaltito illecitamente i rifiuti prodotti dall’estrazione del petrolio, con procedure che hanno fatto conseguire all’azienda un ingiusto profitto di milioni di euro.

Attraverso la manomissione dei dati sugli sforamenti emissivi del Centro Olio e la falsificazione dei codici CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti) dei rifiuti speciali, gli scarti pericolosi venivano meschinamente catalogati come “quasi innocui”, nascondendo la vera pericolosità dei prodotti.

I tecnici dell’agenzia ambientale sopra citata, sicuramente “sotto l’effetto di tangenti” omettevano i rigorosi controlli che il loro protocollo provvedeva, favorendo l’emissioni nocive. Di conseguenza, dunque, anche i dati emessi sulla qualità dell’acqua dell’enorme invaso creato dalla ormai celeberrima “diga del Pertusillo” non siano attendibili.

A questo processo, se ne aggiunge un altro relativo al nuovo centro olio di Total e Shell di Tempa Rossa, nel cuore della regione. Sul banco degli imputati, oltre agli imprenditori, ci son finiti anche i politici, come il sindaco di Corleto Perticara accusata di corruzione e concussione con la marmaglia imprenditoriale che, addirittura, avrebbe favorito le sue elezioni in cambio delle autorizzazioni.

Interessanti a tal proposito sono le telefonate, scomode, tra Federica Guidi e il suo fidanzato relative al Centro Olio di Tempa Rossa. In quella telefonata il fidanzato dell’allora Ministro dello Sviluppo Economico (Governo Renzi), fece pressione sulla Guidi affinché lo Sblocca Italia “sbloccasse” il giacimento in questione. Magicamente, poco dopo fu aggiunto un “emendamento” alla Legge di Stabilità. Lo scandalo, pubblicato sui giornali, fece il giro d’Italia e costrinse il Ministro a dare le dimissioni, ovviamente senza conseguenze penali.

Ma non ci si deve meravigliare di ciò, poiché lo Sblocca Italia, al famoso articolo 38, prevede che il 78% del territorio lucano sia “reperibile” per lo sfruttamento petrolifero.

Il 9 Gennaio si è tenuta l’ennesima udienza del processo, il quale ora viaggia su un doppio binario. La situazione è molto complicata a causa delle oltre 400 parti civili coinvolte. Durante l’udienza, è stata avanzata la richiesta di dividere i due filoni processuali, paventando un rischio di prescrizione che, a causa della lentezza della giustizia italiana, si fa minaccioso e probabile.

Non è che il resto del processo sia stato condotto con ritmi incalzanti, tutt’altro. Infatti, a causa del coinvolgimento giudiziario di uno degli avvocati dell’ENI in un pasticcio che ha che vedere con la vicenda OPL245, le procedure hanno subito un brusco rallentamento.

In questa vicenda languida e misteriosa, non mancano i colpi di scena. L’ex responsabile dell’impianto di Viggiano, Gianluca Griffa, prima di morire suicida, lasciò una lettera dove si diceva preoccupato per le modalità di gestione del petrolio nei serbatoi del Centro Olio. La lettera è finita all’interno degli atti d’inchiesta e recentemente sono stati sollevati dubbi sulla sua morte, avvenuta poco dopo un incontro con i suoi superiori a Milano.

Ancora, l’avvocato dell’ENI, Giuseppe Fornari, ha presentato alla Corte dei documenti in cui l’ente petrolifero attestava di aver avvertito a tempo debito le autorità riguardo agli sforamenti nelle emissioni, non ricevendo risposta. Le prove di quanto dichiarato dall’avvocato saranno rese disponibili nella prossima udienza.

La lentezza della giustizia italiana sta mettendo a serio rischio la voglia di fare giustizia di coloro che vogliono vederci chiaro sulla faccenda. Inoltre, lo scenario prospettato dal caso non sorride sicuramente alla classe politica del luogo, ancora una volta implicata in casi di corruzione e concussione. Una classe dirigente inetta che non ha a cuore il destino della propria terra e di coloro che la abitano. La loro coscienza, sporca, non viene minimante intaccata da inquietanti realtà come l’elevato tasso di mortalità per malattie tumorali, l’inquinamento delle falde acquifere lucane (l’oro bianco) o l’emigrazione giovanile che nel 2018 ha toccato l’ennesimo record.

E invece no, i vertici lucani guardano soltanto al profitto, seguendo le proprie ambizioni che portano loro a distaccarsi dalla realtà che li circonda. La gente comune invece, è costretta a combattere, oltre che con la disoccupazione, l’ennesimo lacerante problema di una regione allo sbando, anche con la propria salute, messa a serio rischio dalle stesse persone che dovrebbero garantirgliela.

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